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Pesticidi e malattie neurologiche: scoperte correlazioni

Sono sorti sempre dei dubbi riguardo all'impatto di prodotti fitochimici sia sulla qualità degli alimenti, che sulla salute dei consumatori. Le ragioni stanno non solo nella grande varietà di erbicidi, diserbanti, antiparassitari, pesticidi ed insetticidi presenti in commercio (organoclorurati, carbammati, organofosforici, aromatici, ecc.), ma anche nell'esponenziale consumo che se ne è fatto specialmente negli ultimi quarant'anni. Sono stati ipotizzati  effetti a carico di molti organi e, dopo molte ricerche, si è potuto appurare che esiste una siccura attività mutagena, citotossica ed anche cancerogena di queste molecole a carico di alcuni organi animali ed umani. Per gli aromatici (es. atriazina) e gli organoclorurati (es. clordano) si è avuta conferma della loro capacità di aumentare il rischio di leucemie e tumori epatici, mentre per i carbammati ci sarebbe maggiore correlazione con la comparsa di tumori a carico dei polmoni e del sistema nervoso.
 
Ma a parte le neoplasie, esiste tutta una letteratura scientifica che dimostra la direttta correlazione fra esposizione acuta a certe categorie di fitochimici, sopratutto organoclorurati ed organofosforici, e danno neurologico tardivo. Persino una singola esposizione incauta a queste molecole ha portato alla comparsa clinica manifesta di sindromi Parkinson-simili (PDL), sclerosi multipla (MS) o simili alla sclerosi laterale amiotrofica (ALS). Come si può inturire, i casi più eclatanti sono da registrare fra gli agricoltori che, spesso nel passato, operavano trattamenti antiparassitari privi delle più semplici strumentazioni di protezione. Esistono casi documentati di soggetti che dopo una singola esposizione di 1-2 ore ad organo-fosforici, pur non avvendo riportato sintomi di avvelenamento tipo "gas nervino", hanno sviluppato una palese sintomatologia neurologica 6-12 mesi dopo.
 
Considerando che la permanenza di alcuni fitochimici nel terreno è relativamente lunga (mesi), non è impossibile che contaminazioni a carico di ortaggi e verdure possa accadere. Tuttavia, è bene precisare che esistono diversi fattori influenti sulla comparsa di eventuali effetti nocivi. Primo fra questi, la dose di prodotto chimico utilizzata all'origine, poi la frequenza con cui si accede a prodotti vegetali che siano stati trattati con quella specifica categoria di fitochimico; infine, contano anche la tipologia di ortaggio e verdura consumati e lo stato di salute di chi li assume. Con quest'ultima affermazione si intende dire che il rischio di sviluppare patologie degenerative, dopo consumo di vegetali contaminati da fitochimici, è direttamente correlato alla dose di fitochimico ingerito ed al terreno biologico che tale sostanza trova. Chiarificando, se il soggetto che ingerisce frutta o verdura palesemente contaminati con uno dei fitochimici citati, associa ulteriori fattori di rischio sia legati alla dieta (es. scarso introito di antiossidanti o sostanze chemiopreventive) che non (es. forte tabagismo, abuso di alcolici), la probabilità che i due o più fattori concorrano ad un netto danno cellulare è maggiore.
 
 
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Chiaramente, in acuto una dose massiccia di tossico genera un danno cellulare così esteso che nel tempo non potrà essere compensato: è su questa base che compare la sintomatologia da distruzione delle strutture nervose bersaglio. Ecco spiegata la comparsa di sclerosi multipla se il fitochimico ha danneggiato la mielina; o morbo di Parkinson se il bersaglio è stata la sostanza nera del Sommering; o di sindromi simili alla SLA se i neuroni del midollo spinale sono stati distrutti in buona percentuale. Nell'esposizione cronica, invece, la patologia neoplastica è quella che appare più probabile: sulla stessa base, un'esposizione cronica al fitochimico sotto la soglia, in un terreno cellulare provero di difese antiossidanti, aumenta il rischio di mutazioni a carico del DNA e quindi di degenerare in senso tumorale.
 
Nel caso di agricoltori che hanno sviluppato una sintomatologia clinica dopo brevi esposizioni, invece, è evidente che la dose di fitochimico è il maggior determinante. Si ricorda, infatti, che lo stato delle difese cellulari è la prima linea di difesa contro le aggressioni esterne. Avere una dieta ricca di antiossidanti o vitamine dotate di questo potere (es. vitamina C o E), conferisce un certo grado di protezione dall'aggressione chimica esogena. Le vitamine antiossidanti ed i polifenoli rimuovono direttamente molti tipi di radicali liberi, anche quelli che derivano dal metabolismo dei fitochimici e che sono poi responsabili del danno cellulare. In aggiunta ad un'alimentazione mirata a rimpolpare le scorte organiche di vitamine antiossidanti, si ricorda che le formulazioni come integratori sono ampiamente disponibili sul mercato e sicure da assumere con ciclicità.
 
Garantito che le sostenze antiossidanti naturali sono maggiormente rappresentate proprio nel regno vegetale, questo non vuol dire smettere di mangiare frutta o verdura perchè lo "spettro" del prodotto chimico nocivo è sempre dietro l'angolo. Se poi si ha anche la volontà, è buona norma assumere antiossidanti anche sottoforma di integratore. Ma, ancora una volta, non per la paura che in tal modo si resti immuni dalla tossicità dei fitochimici; bensì per il principio della prevenzione generale a monte.
Ed eventualemente, anche contro i pesticidi……
 
articolo a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, Medico specialista in Biochimica Clinica.
 
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