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Speranze terapeutiche nei tumori dal peperoncino

La capsaicina è il principio biologicamente attivo del peperoncino e responsabile dei suoi effetti urenti ed irritanti. Corrisponde alla 8-metil-N-vanillil-6-nonenamide, un composto fenolico dotato di sapore caratteristico e piccante. Oltre alla sensazione di calore, la capsaicina produce dolore e, per questa ragione, è uno strumento importante nello studio di questo fenomeno. Anche se la nostra comprensione dei meccanismi del dolore si è evoluta notevolmente attraverso lo sviluppo di nuove tecniche, sono ancora estremamente necessari strumenti sperimentali ed innovativi. Tra questi strumenti sperimentali di base per lo studio dei meccanismi del dolore e sviluppo di nuovi analgesici, possiamo ragionevolmente considerare la capsaicina come una delle più importanti fonti di conoscenze nel settore dolore.

Tutte le piante dal genere Capsicum producono diverse quantità di capsaicina, tranne Capsicum annum, e tutti loro sono stati utilizzati come spezie e consumati dagli esseri umani da oltre 6000 anni. Le quantità di capsaicina può rappresentare fino all'1% della massa del peperoncino e, insieme con il sale, rappresentano il condimento più consumato dagli esseri umani. La capsaicina è una molecola interessante, dal momento che il consumo di peperoncino evoca sensazioni opposte (piacevole e spiacevole) a seconda dell'individuo, della sua esperienza e le abitudini al suo consumo. Curiosamente, molti studi recenti hanno confermato scientificamente quello che era già noto per alcune culture: la capsaicina può essere utilizzata anche per alleviare il dolore.

Ma l'algologia non è l'unico settore medico in cui la capsaicina fa da regina: pare che anche l'oncologia possa trarre molte informazioni da questa molecola. Sono oramai più di 600 le pubblicazioni scientifiche a carico della capsaicina ed i suoi effetti antitumorali. Gli esatti meccanismi cellulari coinvolti negli effetti antitumorali di capsaicina non sono ancora del tutto chiari. Numerosi studi hanno analizzato fenomeni come l'apoptosi (morte cellulare programmata), l'arresto del ciclo cellulare ed effetti anti-angiogenici a seguito dell'esposizione di cellule tumorali alla capsaicina. Molti tipi di cancro sopprimono percorsi apoptotici e/o migliorano quelli anti-letali, e la perdita di segnale apoptotico è altamente associato con la malignità di una neoplasia.

La capsaicina può indurre l'apoptosi in oltre 40 diversi tipi di linee cellulari tumorali. Alcuni dei meccanismi che sono stati descritti, includono attivazione di proteina-chinasi attivate da secondi messaggeri nelle cellule di osteosarcoma; attivazione dei recettori perossisomiali (PPAR-alfa) nella linea tumorale HT-29 di colon umano. Stress ossidativo e ribotossico compaioni in linee cellulari di carcinoma pancreatico umano, soppressione di geni anti-letali come Bcl-2 e survivina nelle cellule di mieloma multiplo. È interessante notare che, in molti tipi di tumori, la capsaicina induce una morte cellulare che sembra essere correlata direttamente ai recettori TRPV1 e TRPV6, gli stessi implicati nella percezione del dolore a livello nervoso.

Un team italiano (Garufi A et al., vedere bibliografia) è riuscito ad identificare un bersaglio addizionale della capsaicina dentro le cellule. Si tratta della famosissima oncoproteina p53. Ma qui sta la sorpresa: la capsaicina non lega la p53 normale per attivarla, ma riconosce le sue forme mutate presenti in sottotipi di neoplasia polmonare, mammaria, prostatica ed intestinale. Questo potrebbe permettere l'utilizzo della capsaicina o suoi derivati nella terapia di forme tumorali in cui si ha la prova, tramite screening genetico, della presenza di una mutazione del p53. In aggiunta a questa informazione, alcuni studi pubblicati quest'anno hanno anche evidenziato che la capsaicina è un agente radio-sensitizzante. In breve, amplifica l'azione letale della radioterapia sulle cellule tumorali. Molti meccanismi cellulari di radio-resistenza contano proprio sulla funzionalità di p53, che arresta il ciclo cellulare per re-direzionare le funzioni del DNA verso il suo riparo.

Non è ancora confermato da pubblicazioni, ma non farebbe meraviglia scoprire che questo effetto biologico potrebbe esplicarsi maggiormente proprio nelle linee cellulari maligne con una p53 mutata. Nelle cellule di carcinoma mammario, la capsaicina induce arresto del ciclo cellulare modulando la via dei recettori di crescita HER-2 sia nelle cellule positive per il recettore degli estrogeni, che negative per esso. Ciò rappresenta un ulteriore vantaggio nel trattamento di questa neoplasia, poiché la capsaicina può risultare ancora attiva verso le cellule senza recettore per estrogeni, che è il classico bersaglio di farmaci come il tamoxifen (Nolvadex) o il fulvestrant (Faslodex). Derivati della capsaicina sono già disponibili (arvanil, olvanil), e sono più efficaci della molecola madre su alcuni tipi di carcinoma polmonare, mentre mancano dati sulla loro efficacia su quello mammario.

Un altro composto isolato in natura, si aggiunge alla lista di tanti chemiopreventivi ormai riconosciuti dalla comunità scientifica. Non stupisce affatto come il concetto, ribadito da molti, che “la salute comincia a tavola” sia più vero che mai….

a cura del Dr. Gianfrancesco Cormaci, Medico specialista in Biochimica Clinica.

 

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